Copertina BNews con vino e olio

Il Rapporto Ismea-Qualivita sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole DOP, IGP e STG illustra l’andamento del comparto delle Indicazioni Geografiche e offre una lettura della cosiddetta Dop economy. L’ultima indagine, pubblicata a fine 2025, fotografa la situazione del settore IG nel 2024, presentando i principali indicatori produttivi ed economici dei comparti Cibo, Vino e Spirits italiani.

Con il professor Luca Mocarelli, docente di Storia Economica presso l’Università Bicocca, approfondiamo l’impatto che queste produzioni esercitano sull’andamento e sull’evoluzione del mercato.

Il Rapporto Ismea-Qualivita 2025 conferma il peso crescente delle economie DOP e IGP.
Possiamo considerarle un modello economico alternativo alla competizione basata solo su prezzo e scala? Cosa le rende più resilienti?

Prima di entrare nel merito dei numerosi spunti di riflessione che offre il rapporto, ritengo doverosa una premessa relativa al ruolo economico del settore.
La grande crescita del valore della produzione a IG tra 2020 e 2024, stimata dal rapporto nell’ordine del 25%, in realtà è più apparente che reale perché la crescita significativa tra i 16,5 miliardi del 2020 e i 20,7 miliardi del 2024 si deve in buona misura al fatto che in quegli anni l’inflazione dei generi alimentari è stata di circa il 20%. Quindi, in realtà, si dovrebbe parlare, più che di una grande crescita, di un’ottima capacità di tenuta in anni certamente difficili dal punto di vista politico e dei mercati.

Va sottolineato inoltre che DOP e IGP sono stati pienamente coinvolti da queste dinamiche perché la gran parte dei prodotti commercializzati, dati i loro volumi di vendita, non rappresentano un modello alternativo rispetto alla competizione basata su prezzo e scala. Infatti dei 20,7 miliardi di valore dei prodotti denominati, solo il 10% non è riconducibile all’export o alla commercializzazione tramite GDO, che pesano per 18,5 miliardi su 20,7.

In effetti quando si pensa alle denominazioni vengono subito in mente prodotti di grande qualità realizzati in quantitativi relativamente limitati, come il lardo di colonnata o il pecorino di fossa, mentre in realtà i numeri delle denominazioni sono fatti soprattutto da pochi prodotti. Basti pensare che oltre cinque miliardi e mezzo dei 20 miliardi di valore di DOP e IGP dipendono da quattro prodotti soltanto: Grana padano, Parmigiano reggiano, Prosciutto di Parma e Prosecco.
Fino ad arrivare al paradosso dei prodotti IGP, come l’aceto balsamico di Modena, che sono di fatto degli avatar, perché utilizzano il nome di un prodotto realizzato in quantitativi limitatissimi e con un processo che dura decenni, per collocare invece sul mercato centinaia di milioni di euro di un articolo composto con differenti proporzioni di aceto di vino (assolutamente non presente nel balsamico tradizionale) e mosto cotto, a cui spesso vengono aggiunti additivi come addensanti e coloranti, oltre a materie prime provenienti da tutto il mondo.

Leggi tutta l’intervista qui: BNews.